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Caterina, aquerello, 50x70, 1999

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Andy Warhol

Pittsburgh 1928 - New York 1987


Testo di Paola D'Agostino



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MINESTRA IN SCATOLA CAMPBELL'S,1968.
Acrilico e liquide, serigrafia su tela, 91,5x61 cm. Aquisgrana, Neue Galerie.


Tra il 1960 e il 1961 Warhol comincia a dipingere lattine di minestra Campbell. La prima serie di barattoli ha una genesi curiosa, che ben si adatta a spiegare la sistematicità di Warhol: acquistato al supermercato un esemplare per ogni versione di minestra, l’artista dedica a ciascuna un ritratto, frontale, su fondo bianco, ingrandendolo fino a riempire l’intera superficie della tela. La serie si conclude quando finiscono i tipi di minestra disponibili.
In un colpo solo Warhol elimina qualsiasi implicazione estetica o espressiva del proprio lavoro, e fa della Minestra in scatola Campbell's il monumento del cibo consumistico. 

Campbell Soup  

SELF-PORTRAIT, 1986.
Polimeri sintetici e serigrafia su tela, cm 203,2x193. New York Andy Warhol Foundation.

Serigrafia dell' ultima terribile serie di autoritratti. Ciò che si vede riflesso in questo volto demoniaco,vuoto e pieno di troppi anni è la malattia per cui non ci sono cure da cui era afflitto l'artista.

Self portrait, 1986  
MARILYN, 1962-1967
Serigrafia su carta, 91,5x91,5 cm. New York, The Andy Warhol Foundation.


Nella serie di lavori dedicati a Marilyn Monroe, è il fatto che Warhol si serve sempre, per ritrarla, di una sola immagine,continuamente modificata nei colori. In questo caso, per esempio, lo sfondo sulle tonalità del verde si oppone al giallo dei capelli; in altri fogli sceglierà tinte completamente antinaturalistiche, costruendo, per esempio, il volto della diva sul contrasto rosso-verdone o rosso-blu, o tingendole i denti di celeste o carminio.

Turquoise Marilyn, 1962  
100 CANS, 1962.
Caseina, pittura spray e pastello su tela, 183,8x133 cm. Buffalo, Albright-Knox Art Gallery.


Dipingendo cento barattoli di zuppa in fila ordinata, l’una accanto all’altra, Warhol ci mostra il vero volto dell’America, il paese del consumismo e della ripetizione, dell’uso e del consumo.

 
BIG ELECTRIC CHAIR, 1967.
Vernice di polimeri sintetici e inchiostro serigrafico su tela, 
cm 137,2x185,5. New York, The Andy Warhol Foundation.


La serie di opere dedicate alla sedia elettrica fa parte della seria intitolata “Death and Disaster” del 1962. La Big Electric Chair è del 1967 e, rispetto alle versioni precedenti, si caratterizza per una visione ravvicinata, concentrata sulla macchina.
Paradossalmente, l’avvicinamento del punto di vista, anziché potenziare la drammaticità dell’immagine, la affievolisce, impedendole di cogliere la vastità dello spazio vuoto circostante e il cartello con la scritta «silence», che presuppone la presenza di un pubblico che assiste alla scena.
Anche il colore lavora in questo senso, sostituendo agli sfondi monocromi e accesi delle serie precedenti toni più neutri come il rosa e il verde chiaro, giustapposti in bande oblique che sovrappongono un motivo astratto e banalmente decorativo all’immagine sottostante.

 
 

TRIPLE ELVIS, 1963.
Serigrafia su vernice all’alluminio su tela, cm 208,3x182,9. Richmon , Virginia Museum of Fine Arts, The Sidney and Frances Lewis Collection.


In quest’opera l’artista individua l’immagine per eccellenza di Elvis, quella che eincarna il mito in maniera definitiva. Si tratta di una cartolina di Elvis in posa da pistolero capace di sintetizzare la sua carriera cinematografica e il suo celebre movimento di gambe. Warhol per fare in modo che si perdano i limiti del quadro evita di tagliarlo conferendo all’immagine un senso di infinito.










MAO, 1972. Serigrafia su carta, cm 91,5×91,5. New York, The Andy Warhol Foundation. L’imponente serie di dipinti dedicata a Mao segna il ritorno dell’artista alla pittura dopo un quasi totale abbandono a favore di altre forme espressive. In questo esemplare, tratto da una cartella di dieci serigrafie, i colori sono lividi, distribuiti in maniera non uniforme e si combinano con interventi grafici, applicati qua e là con una libertà che rasenta la sciatteria. Con grande ironia, l’artista sembra violare il suo idolo nel momento stesso in cui lo adotta.








FIVE COKE BOTTLES, 1962. Vernice di polimeri sintetici e inchiostro serigrafico su tela, cm 20,6×50,8. Collezione privata, New York, The Andy Warhol Foundation.

Il fatto che la Coca Cola sia un prodotto di consumo non le impedisce di essere un simbolo degli Stati Uniti. In questo dipinto, cinque bottiglie di Coca Cola in posizione rigidamente frontale, fanno bella mostra di se al di sopra del marchio del prodotto. La critica ha individuato più volte la radice linguistica dei quadri di Warhol nella tradizione pittorica religiosa. Qui, infatti, le cinque bottiglie, sospese nell’aria l’una di fianco all’altra, sembrano ricalcare la strutturale di una Sacra Conversazione.






FLOWERS, 1964 Vernice di polimeri sintetici e inchiostro serigrafico su tela, cm 216×213,4. New York, The Andy Warhol Foundation.

Nel 1964 Warhol comincia a lavorare alla serie dei Flowers. Derivata da una fotografia di Patricia Caufield, la serie mette in atto un ritorno alla vita, in contrapposizione alla raccolta “Death and Disaster”. Come accade nella maggior parte delle sue opere, anche qui, Warhol usa un’unica immagine, per poi giocare con i colori. In questo caso i fiori sono viola, rosa, blu, rosso.