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caterina,acquarello, 50x70, 1999


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Mario Donizetti

Bergamo 1932

 

Testo di Manelli Giorgio



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Lussuria: I vizi capitali

210 cm per 150 cm

 opera

 

 

 

La pittura è fatta di misura, equilibrio e purezza anche quando raffigura il vizio della Lussuria. L’insieme si ordina come un insieme scolpito in scorci audaci di corpi intrecciati  in un sensuale groviglio di gambe. L’espressione della donna ritratta è perduta,tipica di chi si è perduto nella lussuria. Il serpente  si annida avido fra le gambe delle donne di modo che l’atto sessuale,di per sé sacro, venga così inserito nel contesto del male a causa dell’abuso di chi segue "come bestie l’appetito".

Invidia: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

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Nel dipinto il moto d’invidia cresce e si manifesta se la ragione non lo disciplina e domina come accade alla donna sulla sinistra,nella quale si inasprisce la pena lancinante che irrigidisce i lineamenti del viso .Nel dipinto l’invidiosa  si intristisce e incattivisce lo sguardo, si illividisce il corpo di luttuosa magrezza e tenta di nascondere l’Invidia con un velo nero. Vorrebbe anche oscurare l’altra donna, quella a destra, serena e consapevole della propria bellezza, immersa in una luce chiara e distesa su un candido drappo. Nero e bianco. Il tema opponele due donne in modo immediato.

Accidia: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

 

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 In primo piano ci sono  due donne. L’una, seduta e di schiena, potrebbe ricordare la splendida Bagneuse di Ingres se non fosse così incurvata e con il capo reclinato, quasi costretto a rivolgersi in basso dalla pesante capiglitura ricadente sul petto in due folte e scure ciocche La donna distesa è tanto ugualmente infiacchita dalla pigrizia che potrebbe essere la stessa persona raffigurata in un’altra posa. Lo splendore del suo corpo, la bellezza del suo viso, la morbida lucentezza dei suoi lunghi e folti capelli, la rendono ancora più colpevole. È timorosa e rinunciataria. Non crede a nulla, non desidera nulla, non vuole fare nulla, né il bene e nemmeno il male, così macchiandosi del Male peggiore, quello della nostra società incolore, insapore, indifferente. Nella sua bellezza pittorica, il quadro riesce a dare il senso di una desolazione in cui tutto è immobile e nulla appare desiderabile o degno di interesse.

 Superbia: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

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Il dipinto è realizzato con colori freddi per la fredda Superbia, così interessata solo a se stessa da credersi superiore fino al disprezzo degli altri ridotti a manichini ai suoi piedi. Il volto della superbia è sprezzante ed insolente con occhi di ghiaccio. Tutto intorno diviene un deserto di solitudine .La casa con piccole e poche finestre è torre e fortezza con feritoie, dove rinchiudersi e separarsi dagli altri .La stessa Superbia appare triste, incapace di uscire dal proprio "Io" e di andare verso l’altro, incapace di  umiltà ed   incapace della cordialità, che è rapporto con gli altri uomini a cuore aperto,uomini schiacciati e disumanizzati nel dipinto.

 Avarizia: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

           

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Una luce fredda e bianca illumina dal basso il dipinto e l’Avarizia, stringe al petto il sacco del suo tesoro facendosene cuscino. Braccia e volto sono contratti in uno sforzo continuo e terribile di possedere. In precario equilibrio siede su un sacco ancor più grande, quasi stringendolo fra le gambe, non accorgendosi di schiacciare con esso un cadavere senza volto, rappresentante la miseria altrui. La donna stringe il suo tesoro, ansiosa di non perderlo e di accrescerlo; allo stesso modo l’ombra avvinghia  il suo corpo e ne scarnifica i profili. Lo sguardo reclinato non può vedere,dato che è accecato dall’ avarizia che ne allontana ogni splendore di verità. Il volto è impassibile. Il corpo  è esageratamente magro; le gambe lunghe sono  nervose come il piede, solo in punta appoggiato al terreno .Nei due grandi sacchi vi è  un riferimento ai macigni che - nell’Inferno - gli avari spingono con il petto.

 

 Ira: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

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  Nel dipinto l’ira è rappresentata dalla donna  furente, che cala rapace con volto furioso su quello che altro non è se non un manichino,incolpevole e passivo .Qui l’autore vuole rappresentare la futilità dell’ira che spesso non causata ,finisce per abbattersi spesso contro gli innocenti con un’ottusità ed una cecità enfatizzati dal dipinto che presenta delle tinte livide dei personaggi a contrasto con il buio dello sfondo,rappresentante la mente accecata dall’ira.

 Gola: I vizi capitali

 

210 cm per 150 cm

 

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 La Gola ormai sazia vive come sospesa nell’aria azzurra, ebbra di cibo e di vino. Il cibo è rappresentato dalla pentola vuota nella quale affonda avida la mano, il vino dal lungo tralcio della vite sul quale il pittore ha voluto adagiare la donna. Il volto è inebetito, cieco e sordo ad ogni persona e cosa circostante, solo preoccupato della sua perenne voglia di cibo. Sul volto dell’altra donna appare l’ansia  di mangiare .Modernissima è la rappresentazione allegorica della Gola che nelle due donne raffigura non solo il peccato di gola, ma anche una delle sue possibili cause psicologiche, così conflittuali e contraddittorie nel rapporto con il cibo e con il proprio corpo da alternare talvolta la bulimia all’eccesso opposto dell’anoressia.

 La crocefissione:

 

 

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 Il corpo di Gesù è rappresentato quasi orizzontalmente, come appena disteso sulla croce. I soldati non l’hanno ancora crocifisso con i chiodi e nemmeno legato ,la gamba destra è più fortemente piegata, la croce non ancora innalzata in tutta la prospettiva del quadro, in tutta la sua umanissima drammaticità. Gli occhi di Gesù nel dipinto, sono chiusi nel buio della morte. Qui  Cristo è l’umanità stessa sofferente, è l’uomo inchiodato e legato alla croce delle ingiustizie e della povertà estrema, è l’uomo solo senza nemmeno la pietà di una madre, di un fratello, di una "pia donna". Sembra un Cristo cui è negata la Risurrezione,in cui mancano tutti gli elementi tipici della crocefissione tipica nell’immaginario collettivo.