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Umberto Boccioni

Reggio Calabria 1882 - Verona 1916

Testo di Luca Piromalli

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Nasce a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882 da Raffaele Boccioni e Cecilia Forlani, genitori romagnoli trasferitisi in Calabria. Quando il padre si trasferisce a Forlì, Umberto ha pochi giorni di vita, e trascorre a Reggio Calabria la sua infanzia. Nel 1897 frequenta l'Istituto Tecnico ottenendo in seguito il diploma, dopo di che comincia a collaborare ad alcuni giornali locali. Nel 1901 si trasferì a Roma dove si iscrisse alla Scuola Libera di Nudo frequentando anche lo studio del cartellonista Giovanni Mataloni.

È di quest'epoca il suo incontro con Gino Severini: ambedue diventano discepoli di Balla e si avvicinò in tal modo al Divisionismo e alla pittura francese contemporanea, apprezzò le opere di Gustav Klimt, la pittura simbolista d'area romana e gli ultimi lavori di Pellizza da Volpedo. Dipinse allora l'en plein air della Campagna romana assieme all'amico Severini e si esercitò nel ritratto facendo posare le sorelle e la madre. Nello stesso 1903 esordì alla Mostra annuale della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma. Nell'aprile 1906 Umberto compie il primo viaggio a Parigi, dove resta fino ad agosto, per partire poi verso la Russia, cui ritorna nel novembre dello stesso anno. Si stabilisce a Padova, iscrivendosi all'Accademia di Belle Arti di Venezia, inizia un altro viaggio verso la Russia ma l'interrompe a Monaco dove visita il museo. Al ritorno disegna, dipinge attivamente, pur restando inappagato perché sente i limiti della cultura italiana che reputa ancora essenzialmente "cultura di provincia". Nel frattempo affronta le prime esperienze nel campo dell'incisione.

Nell'autunno del 1907 si trasferisce a Milano, la città che in quel momento più di altre è in ascesa e risponde alle sue aspirazioni dinamiche. Diventa amico di Romolo Romani, frequenta Previati, di cui risente qualche influsso nella sua pittura che sembra rivolgersi al simbolismo. Diviene socio della Permanente. Dopo l'arrivo a Milano e l'incontro con i divisionisti e con Filippo Tommaso Marinetti, scrisse, insieme a Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini, il Manifesto dei pittori futuristi (1910), cui seguì il Manifesto tecnico del movimento futurista (1910): obiettivo dell'artista moderno doveva essere, secondo gli autori, liberarsi dai modelli e dalle tradizioni figurative del passato, per volgersi risolutamente al mondo contemporaneo, dinamico, vivace, in continua evoluzione. Quali soggetti della rappresentazione si proponevano dunque la città, le macchine, la caotica realtà quotidiana. La città che sale, 1910 Nelle sue opere, Boccioni seppe esprimere magistralmente il movimento delle forme e la concretezza della materia. Benché influenzato dal cubismo, cui rimproverò l'eccessiva staticità, Boccioni evitò nei suoi dipinti le linee rette e adoperò colori complementari. In quadri come Dinamismo di un ciclista (1913), o Dinamismo di un giocatore di calcio (1911), la raffigurazione di uno stesso soggetto in stadi successivi nel tempo suggerisce efficacemente l'idea dello spostamento nello spazio. Simile intento governa del resto anche la scultura di Boccioni, per la quale spesso l'artista trascurò i materiali nobili come marmo e bronzo, preferendo il legno, il ferro e il vetro. Ciò che interessava era illustrare l'interazione di un oggetto in movimento con lo spazio circostante. Purtroppo pochissime sue sculture sono sopravvissute.

Tra le opere pittoriche più rilevanti di Boccioni ricordiamo Rissa in galleria (1910), Stati d'animo n. 1. Gli addii (1911) – in cui i moti dell'animo sono espressi attraverso lampi di luce, spirali e linee ondulate disposte diagonalmente – Forze di una strada (1911), dove la città, quasi organismo vivo, ha peso preponderante rispetto alle presenze umane.Autoritratto, 1908 Lo scarso interesse per la sua arte da parte del pubblico italiano, e anche l'ostilità di certi ambienti culturali futuristi, come quello fiorentino, lo spingono a rifugiarsi nell'appoggio della madre, figura fondamentale e amatissima. Con l'inizio del Primo Conflitto mondiale nasce l'adesione di certi intellettuali all'interventismo. Boccioni, e come lui molti altri pittori, si arruola nei ciclisti e parte per il fronte. Nel frattempo la sua arte si trasforma sull'onda delle nuove avanguardie europee. Collabora con la rivista "Avvenimenti" e si riavvicina al suo vecchio maestro Balla. Il 17 agosto 1916 muore dopo una caduta da cavallo nella periferia di Verona.

L'idea di pittura futurista resa esplicita dal Manifesto tecnico della pittura futurista può essere sintetizzata con la seguente frase:"Il gesto per noi non sarà più un momento fermato dal dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica eternata come tale".